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Instagram: 4 cose da non fare se sei una azienda

Instagram: 4 cose da non fare se sei una azienda
9 febbraio 2016 Rocco Rossitto

In Italia Instagram registra circa 8,4 milioni di persone attive mensilmente, 4,6 milioni quotidianamente. Di queste però solo una piccola porzione è rappresentata da aziende, e ancora meno dai settori che potrebbero trarne più vantaggio, quali turismo, arredamento e abbigliamento, ma anche informazione. A dirlo è uno studio di Vincenzo Cosenza (che tra le altre cose è anche un bravissimo fotografo) che ha analizzato più di 1.700 account Instagram già mappati da Blogmeter, di cui 492 appartenenti ad aziende che si rivolgono al mercato italiano.

Ciò che ne è venuto fuori è una mappa dei settori più rappresentati dal social network, ovvero food con il 18,5%, beverage (11,5%), entertainment (7,9%), personal care (7,7%) e clothing (7,5%).

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Le metriche scelte per l’analisi sono state il numero di follower medio, le interazioni medie mensili e i post medi mensili.

Registrano più condivisione di post le aziende dell’entertainment (cinema e tv) con una media di 56 post al mese, seguiti da quelle della stampa (51 post di media) e dell’education, per esempio i musei, con 40 post mensili. I follower sono sicuramente più numerosi per il settore dell’entertainment, con una media di 64.000, seguito da sport (52.000) e dall’abbigliamento (31.000). L’intrattenimento registra anche il più alto numero di interazioni medie (125.000 al mese).

È possibile scaricare gratuitamente il report Lo stato di Instagram e le opportunità per le aziende direttamente dal sito di Blogmeter.

Oltre il report: alcuni spunti per aziende che decidono di stare su Instagram

Il report realizzato da Vincenzo mi ha finalmente convinto a pubblicare un post che avevo in testa (e in bozze qui sul blog) da tempo su alcuni errori macroscopici che spesso le aziende (italiane e non) commettono su Instagram.

Ciò che dovrebbe muovere le aziende ad avere una presenza su Instagram dovrebbe essere l’interesse di raccontare i propri valori attraverso una narrazione visiva. Spesso, in questi anni, ho notato che invece il minimo comune denominatore di grandissime, grandi, medie e piccole aziende è quello di usare Instagram come luogo dove mostrare il proprio prodotto.

L’errore di tutti gli errori è proprio questo: considerare Instagram come l’ennesimo (e attualmente in voga) “canale” dove mostrare il proprio prodotto. Certo, qualcuno lo mostra con delle belle foto, qualcuno in maniera creativa, ma la strategia che sta dietro è sempre quella di far vedere il più possibile ciò che si vende, e sempre meno il racconto di una storia attraverso le foto.

Dati alla mano c’è chi potrebbe rispondere con metriche quantitative: i like ci arrivano comunque, le nostre foto piacciono. Altro errore: giudicare la propria presenza con metriche quantitative basate sempre più su like e follower e sempre meno su commenti, qualità dei commenti, qualità del contenuto prodotto.

Per lavoro (consulenza e formazione) cerco sempre di spiegare che le metriche quantitative sono degli indicatori validi in alcuni casi, ma non unici, certe volte poi trovo per fortuna qualcuno che la pensa come me: in questo caso l’appoggio arriva dagli Usa e l’argomento in questione è l’Influencer Marketing, ma di fondo la tesi è che la relazione e non la quantità è uno degli obiettivi a cui puntare.

Comunque entro nel merito, prendendo alcuni esempi come capi espiatori 🙂 Disclaimer: sono opinioni sull’uso di Instagram le mie, non giudizi sui prodotti o le aziende in questione.

4 cose che non devi fare su Instagram, cara azienda

Mostrare il tuo prodotto, ignorare il tuo social object

Esempio @alitaliaofficial. Ma siamo sicuri che l’aeromobile in tutti i suoi aspetti interessi veramente e crei una relazione tra chi segue e il brand? E le foto dell’amministratore delegato? Delle hostess? Perché ignorare quasi categoricamente il concetto/valore di viaggio e non impostare una strategia visuale (per esempio) basata sulla narrazione delle destinazioni?

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Utilizzare app per ripubblicare i contenuti

Esempio @tre_it. Chiariamolo subito: la content curation e l’utilizzo di foto user generated è una tattica giusta, utile, interessante e molto consigliata per le aziende. Il problema è pubblicare le foto con il watermark dell’app o con il nome di chi l’ha scattata. Il credito, doveroso anche strategicamente, va inserito nella descrizione della foto, ringraziando se è il caso, dandogli importanza. Il watermark ha l’eros di un calzino bianco su pantalone nero.

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Pubblicare volantini

Esempio @enelenergia. Instagram è il luogo della condivisione di immagini, luoghi ed esperienze bellissime, ma perché mai una persona dovrebbe essere interessata da un volantino di una azienda su Instagram? Ah, forse perché l’azienda pensa che quella persona è un “utente”, un “target”? Ecco, spero di aver reso l’idea.

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#Utilizzare #gli #hashtag #così

Alitalia l’ho già detta, ma non resisto e quindi vi linko questa foto dove vi faccio notare l’hashtag #succodifrutta e #orange su una foto di una hostess con una bottiglia di vino in mano.

Esempio: @widiba.it. Provo a spiegarmi: #è #evidente #che #usare #hashtah #così #non #ha #senso. Ma anche e soprattutto mettere un muro di hashtag dopo il testo o nel secondo commento lascia il tempo che trova ed è una pratica che non premia, ma al massimo fa avere qualche like in più. A che servono gli hashtag (su Instagram?): a caratterizzare una foto, a creare un album specifico di foto, ad associare quella foto ad altre foto. Nel primo caso è un hashtag che deve dare valore, quindi #tramonto in una foto col tramonto non aggiunge nulla. Nel secondo: magari è una parola “specifica” o inventata, che abbia poca possibilità di essere ripresa altrimenti viene utilizzata da altri. Nel terzo: uso un hashtag comune e diffuso perché voglio associare quella foto a delle belle foto, non a foto a caso: che foto troverò con #lunedì? Quindi più è diffuso l’hashtag più rischio di associare la mia foto a brutte foto.

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BONUS: È Instagram, ma non è istantaneo

Lo so, qui potremmo parlare per un bel po’ di questo, ma non vorrei girarci intorno.

Instagram non è istantaneo, non lo è più. C’è stato un tempo, forse, agli inizi in cui le aziende avevano tutto il diritto e dovere di provare, sperimentare, pubblicare foto in velocità e via dicendo. Adesso no: Instagram per le aziende è la piattaforma ideale per un racconto fotografico e visivo della propria identità, dei provi valori, del proprio messaggio. Per fare ciò ha bisogno di una strategia, di un piano e soprattutto di foto che abbiano una propria velocità, quella di un racconto in timeline, e sopratutto che siano qualitativamente rilevanti. Ciò vuol dire che una foto debba “subire” almeno una fase di editing seria anche da mobile. Io la sto facendo semplice, semplicissima, ma non è solo così, ovviamente. Ma una cosa deve essere chiara: il tempo su Instagram è fuori tempo. Le aziende che lo hanno capito sono quelle che hanno i profili più interessanti a mio parere.

ps.

No, l’11 marzo a Milano molto probabilmente non parlerò (e non parleremo) specificatamente di Instagram, ma di contenuti in generali sì. Festeggiamo il secondo anno di tappe con dieci cose – il web in pratica: leggi tutto il programma, guarda i relatori e scopri come partecipare

Founder e Docente di Dieci Cose - Il web in pratica. Freelance: giornalista, blogger e consulente in ambito digital, con focus sui social media. Nel frattempo un sacco di altre cose. Twitta da @roccorossitto