Gli algoritmi (di Facebook, Twitter e Instagram) sono il male?

Gli algoritmi (di Facebook, Twitter e Instagram) sono il male?
25 Marzo 2016 Rocco Rossitto

Dall’annuncio qualche giorno fa fatto da Instagram sul cambiamento dell’algoritmo, di commenti e analisi ne sono state fatte parecchie.
Tra le tante ci siamo soffermati su quella fatta da Jon Loomer nel suo ultimo post.

Ciò che sta mettendo in pratica Instagram, a suo parere, è un esperimento iniziale, che si evolverà a seconda delle reazioni delle persone (e il riferimento non è alle inutili petizioni per mantenere tutto com’era fino a ieri, le persone si lamentano su Facebook da abbastanza tempo inutilmente da poter affermare che al social network non importi molto di loro).

Secondo Loomer, infatti, le persone, ma anche e forse soprattutto le aziende che hanno un profilo Instagram, più che preoccuparsi dell’algoritmo dovrebbero porre l’attenzione sul fatto che secondo uno studio di Quintly il tasso di interazione con i post pubblicati da brand su Instagram è sceso del 37, 5% dall’inizio del 2015.

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Secondo lo stesso studio, al contrario, la frequenza di pubblicazione di post da parte di account legati a brand è cresciuta del 17% da gennaio a dicembre 2015.

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Secondo lo studio di Locowise, ci sono molti più profili di brand su Instagram e naturalmente producono molti più post, ma le persone ora ne seguono il doppio e quindi interagiscono meno con i singoli post. Una crescita che penalizza le visualizzazioni, accrescendo la concorrenza a ritmo spietato per la posizione nel feed.

I più cinici sostengono – scrive Loomer – che tutto ciò fa parte del piano di controllo di Facebook: dare un assaggio ai brand delle potenzialità e poi rendervi l’accesso sempre più difficile e costringerle a pagare. Ma la verità è che il processo era già in corso prima che si introducesse l’algoritmo. E se l’abbassamento di interazione può preoccupare poco i diversi brand, di sicuro preoccupa Instagram, per il quale un continuo abbassamento di interesse delle persone significherebbe la fine. Quindi l’algoritmo, per far visualizzare alle persone ciò che è più di loro interesse e non lasciarle abbandonare il social network.

Il panico rispetto a qualsiasi algoritmo da parte dei brand arriva da Facebook. La portata delle pagine negli anni è di molto diminuita e il dito è puntato proprio contro l’algoritmo come causa principale. In realtà è impossibile valutare quanto l’algoritmo abbia influito in questo senso e in ogni caso il dato è che il tasso di interazione su Facebook continua a mantenere livelli molto alti: ad oggi ci sono più di 1 miliardo di utenti attivi giornalmente, più del doppio di quattro anni fa.

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Quindi mentre le altre piattaforme raggiungono una soglia massima di persone/interesse e poi iniziano a decrescere, Facebook continua inesorabilmente a crescere. E il fatto che l’algoritmo faciliti la visualizzazione di più contenuti dagli amici e meno dai brand non è casuale, secondo Loomer, ma anzi necessario e non è detto che abbia solo conseguenze negative anche per i brand stessi. Senza di esso i contenuti di brand avrebbero invaso Facebook rendendolo molto meno interessante: l’algoritmo è in definitiva un modo per mantenere l’equilibrio tra tipologie di contenuti e assicurare alle persone una fruizione piacevole.

Le bugie che sono state dette sull’algoritmo di Fb
• Se non ci fosse l’algoritmo tutti i fan vedrebbero ogni contenuto: nulla di più falso e impossibile. Non siamo sempre online quando una pagina pubblica un post.
• Se non ci fosse l’algoritmo molte più persone vedrebbero i contenuti: e la qualità e il valore di ciò che si pubblica?
• La portata di un post è direttamente collegata alle interazioni, quindi se non si vede il contenuto nessuno interagirà. Ma il punto è che l’algoritmo cerca di far vedere il contenuto alle persone giuste.

D’altra parte, prosegue l’articolo, anche Twitter (che non sta morendo, non ancora, ma che si sa è in calo), ha modificato il suo algoritmo. E le ragioni non sono solo quelle di fare cassa.

Un algoritmo può, certo, essere pericoloso: potrebbe, ad esempio, non funzionare e non essere in grado di mostrarci ciò che ci interessa realmente; potrebbe essere forzato dalle persone e quindi non raggiungere il suo obiettivo; ma non è detto che sia il male assoluto come Facebook dimostra.

E allora?

Non ci sono soluzioni o scappatoie, bisogna accettare il fatto che a prescindere della piattaforma quello della distribuzione del contenuto è il punto della questione, perché le piattaforme su questo puntano per fare introiti. Ma prima ancora, il nodo è il contenuto stesso.

Un antidoto ai cambi di algoritmo, a prescindere dalle piattaforme, rimane sempre e comunque come le aziende decidono di stare sulle piattaforme di social media e cosa decidono di condividere. Finché si penserà a questi spazi come luoghi dove distribuire il proprio messaggio di “advertising-mascherato” (con mille forme diverse) assisteremo sempre più all’inasprimento degli algoritmi al fine di far pagare sempre più per visualizzare i contenuti.  Senza un cambio di prospettiva che metta in luce il ruolo delle aziende sui social media lo scontro sulla distribuzione rimarrà sempre durissimo.

Quelle aziende che questo lo hanno capito sono riuscite ad intrattenere al meglio gli “amici” puntando nel tempo a farli diventare clienti, ma anche a farli rimanere “amici e basta”. Questo non esclude certo il dover pagare per distribuire i contenuti, ma aumenta gli anticorpi ai cambi che avvengono all’interno delle piattaforme.

L’invito rimane sempre quello di utilizzare questi spazi non per mostrare il proprio prodotto, ma per offrire contenuti utili ad instaurare un rapporto. Dall’altro canto – paradossalmente – l’invito è di utilizzare questi spazi come luoghi dove poter fare advertising, ma in maniera chiara, evidente, con dei vantaggi per chi riceve gli ads.

La differenza è netta e va compresa fino in fondo.

(Ha collaborato Antonia Cosentino) – Foto: jonloomer.com

Founder e Docente di Dieci Cose - Il web in pratica. Freelance: giornalista, blogger e consulente in ambito digital, con focus sui social media. Nel frattempo un sacco di altre cose. Twitta da @roccorossitto

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